Barriera architettonica

Complesso degli elementi che rendono difficoltosi gli spostamenti alle persone con disabilità motoria.
La legge n. 13 del 9 gennaio 1989 – modificata dalla legge n. 62 del 27 febbraio 1989 – ha finalmente affrontato il problema del superamento e dell’eliminazione delle barriere architettoniche, ossia di quegli ostacoli fisici che impediscono la libera mobilità di coloro i quali – per qualsiasi motivo – hanno ridotta capacità motoria, sia permanente che temporanea.
Le barriere più facilmente individuabili e prese in considerazione dalla legge riguardano le scale o i gradini prima di accedere al piano dell’ascensore e la larghezza della porta sia di accesso al fabbricato o di accesso alla cabina dell’ascensore o la stessa cabina dell’ascensore.
Esaminandole nello specifico, abbiamo i seguenti possibili impedimenti:
serie di gradini antistanti l’ingresso al condominio o posizionati nel vestibolo o nell’andito e presenti prima della porta al piano terra dell’eventuale ascensore già esistente.
Per il superamento di questa breve serie di gradini può essere posizionata una piccola rampa – con pendenza non superiore all’8% - o una pedana mobile o un servoscala.
Nel caso di un servoscala installato da un portatore di handicap, e se detto servoscala serve tutte le rampe di scala, implicitamente implica la rinuncia di richiedere all’assemblea l’autorizzazione ad installare un impianto di ascensore (Cass. 20 aprile 2005, n. 8286).
Se, invece, viene richiesta la installazione di un ascensore o di un montacarichi – simile all’ascensore ma con funzionamento leggermente diverso – da posizionare nel vano scale o in altro luogo condominiale, ma in ogni caso facilmente raggiungibile da un diversamente abile, necessita verificare che il nuovo impianto non sia in contrasto con le disposizioni dell’Art. 1120 cod. civ., secondo comma.
Non devono arrecare pregiudizio alla stabilità ed alla sicurezza del condominio, né alterarne il decoro architettonico (Cass. 29 luglio 2004, n. 14384).
In presenza di ascensore già esistente, il portatore di handicap o chi per esso, può richiedere l’allargamento delle porte ai piani di accesso alla cabina – per consentire il passaggio di una sedia a ruote – ed anche richiedere, per lo stesso motivo, un allargamento delle porte di cabina, modificando o sostituendo la stessa nel caso non sia sufficientemente recettiva per una sedia a rotelle.
Tutte le suddette porte dovranno essere di tipo automatico per agevolare l’accesso e il recesso.
I pulsanti di comando della bottoniera dovranno essere in rilievo e con le scritte anche in Braille.
Infine, ma ovvio, l’accesso all’ascensore non dovrà avere ostacoli o impedimenti gravosi per i movimenti dei disabili (Cass. 1 giugno 2007, n. 12847).
La domanda al condominio, e per esso all’amministratore, per superare un impedimento, può essere avanzata direttamente dal portatore di handicap o da chi ne esercita la tutela o la patria potestà.
L’assemblea del condominio ha novanta giorni di tempo per pronunciarsi sulla richiesta e delibera con le maggioranze previste dall’Art. 1136 cod. civ. in prima o in seconda convocazione.
È importante rilevare che qualsiasi opera, di eliminazione delle barriere architettoniche presenti in un condominio, equivale ad una innovazione, ma il legislatore ha inteso consentire l’approvazione di tali modifiche con un numero di voti meno elevato, e, quindi, con una maggioranza più facile da raggiungere.
Le particolari disposizioni per l’eliminazione delle barriere non ha però modificato l’operatività delle norme previste per le innovazioni, cioè il quorum imposto dal punto due dell’Art. 1120 cod. civ. – maggioranza degli intervenuti e almeno la metà del valore dell’edificio – nonché quello imposto dall’Art. 1121 cod. civ. terzo comma.
In tal senso si è espressa la Suprema Corte (25 giugno 1994, n. 6109).
Tutte le modifiche per migliorare gli accessi ed eliminare gli ostacoli, possono essere richieste anche se nel condominio non risiede un portatore di handicap, in quanto lo spirito della legge 13/1989 intende consentire la libera frequentabilità di qualsiasi persona, anche frequentatore saltuario, e non solo ad un residente.
In tal senso si sono pronunciati il Tribunale di Milano (14 novembre 1991) e quello di Firenze (19 maggio 1992).
Relativamente agli importi economici per apportare le modifiche necessarie ad eliminare le barriere architettoniche bisogna distinguere:
a) se il portatore di handicap è proprietario, in tal caso – avanzata la richiesta – l’assemblea accetta di eseguire i lavori e gli addebiti conseguenti sono a carico di tutti i condomini a norma dell’Art. 1123 cod. civ. primo comma.
Nel caso di rifiuto assembleare, o silenzio protrattosi oltre i novanta giorni, gli oneri relativi sono totalmente a carico del richiedente.
b) se il richiedente è un conduttore, egli dovrà richiedere prima il consenso al proprietario dei locali, poi all’assemblea.
Nell’ipotesi di diniego, potrà procedere come nel caso precedente.
In entrambi i casi, il condominio, tramite l’amministratore o il portatore di handicap, avrà la possibilità di richiedere il contributo a fondo perduto previsto dalla legge, con accredito delle somme in modo conseguenziale.
È stato poi affermato che, nell’impossibilità di osservare tutte le prescrizioni della normativa – in ragione delle particolari caratteristiche del condominio – se l’intervento produrrà un miglioramento alle situazioni in essere, attenuando sensibilmente le condizioni di disagio, la deliberazione è legittima (Cass. 26 luglio 2013, n. 18147).
Spesso succede, specialmente in fabbricati “datati”, che non sia possibile rispondere in modo positivo a tutte le prescrizioni e misure della legge 13 del 9 gennaio 1989, e a volte – prendendo spunto da questa – ipocritamente chi è contrario alla spesa, più che alla modifica in sé, si appella a pochi centimetri di differenza fra le misure di legge e le possibilità di esecuzione.
La Suprema Corte, correttamente, ha sancito che, anche solo un miglioramento nella fruizione del bene primario della abitazione, è da considerare e sostenere in delibera.